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E ora, ecco a voi il divieto preventivo

Per il solito kebab (anche se a proporlo ancora nessuno ci ha provato, lì nel bergamasco), e per i phone center (che invece il problema si era già presentato).
Niente telefono casa, dunque. Solo per “questione di decoro”, mica per altro…
E poi il divieto preventivo riguarderebbe pure le pizzerie (sempre se qualcuno volesse). Ma non le periferie, chè lì il decoro è meno importante, come si sa.
via Civati
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ps. Poi ci sarebbero un po’ di dettagli e aggiornamenti per la questione burkini, ma ne parliamo un’altra volta ché qui si va a 3 all’ora.
Add comment 20 Agosto 2009
The Sound of Silence (gente in cerca di)
Essendo la soprascritta una solitaria, e per giunta ormai avviata verso una (onorevole) mezza età — piccolo borghese e malmostosa qb – sarei perfino pronta a capire l’esasperazione di Aldo Grasso.
Però mi chiedo: possibile che fra gli opinionisti non ce ne sia mai nemmeno uno che sia un po’ amante del casino urbano?

ps. Per non parlare del fastidio di altri insospettabili opinionisti per il casino vacanziero (per di più straniero e nordico).
Add comment 2 Agosto 2009
Lookautarchia
Non ho tempo, ma la trovata di Lucca andrebbe approfondita oltre il solo appunto che è tutto quanto posso consentirmi al momento.
Il fatto è il divieto di ristorante etnico in centro storico (in periferia, invece, ognuno fa come c…o gli pare) contenuto in un nuovo regolamento comunale. Prima vittima prevista, il kebab, ma la cosa minaccia tutti i cibi non-italiani (o forse non-lucchesi).
Per me, avrei inserito subito e a pienissimo titolo nella serie ordinanze pazze, pur non essendo il provvedimento esattamente un’ordinanza. Perché pare di capire che siamo alle solite (quasi): compresa la richiesta ai gestori di locali di vigilare sul comportamento degli avventori.
Vedo però che perfino Gilioli – di norma lontano da approcci perbenisti-decoristi — riflette, e documenta il dibattito in atto con molti link (due volte grazie, da quiggiù la notizia mi era sfuggita!), ricevendo molti commenti.
Leggendo il tutto, allora, mi pare che il caso – in realtà — metta in evidenza l’esistenza di una malattia più latente ma forse addirittura più grave di quelle prodotte dal solo virus del decoro, innescata dal ben più pericoloso virus della identità (locale, urbana).
Se si guarda la cosa così, infatti, non è più solo questione di cibi, odori, affollamenti, arredi, egoismi commerciali, razzismi e quant’altro – nonostante le apparenze — ma si va a finire ai luoghi comuni (in tutti i sensi) e quindi alle idee di (buona) città. Quasi direttamente.
E lì, come si sa, sono cavoli (non necessariamente neri) …
Add comment 27 Gennaio 2009
Tutto il mondo è paese?
Leggevo del prof. Steiner, che solleva un vespaio in quel di Londra per avere pubblicamente scusato (almeno un po’) il razzismo.
Quello (magari non correct ma legittimo, dice lui) di chi stava comodamente seduto a casa sua e improvvisamente si ritrova dei nuovi vicini giamaicani, che non solo suonano roba reggae (o rock) tutto il giorno ma, oltretutto, fanno scendere il valore della tua proprietà.
Benché il prof stia in un College di Cambridge, e i suoi oppositori più o meno dalle stesse parti, mi sembrava di sentire discorsi di qui… e mi tornava in mente un passaggio di Enzensberger sulla territorialità.
In rete non trovo tracce utili, e non ricordo qual era il libro, ma il concetto era in un raccontino sul “fastidio” che progressivamente provano i viaggiatori di un treno, via via che lo scompartimento si riempie. Il primo (che stava appunto “a casa sua”) è infastidito dal secondo, ma poi entrambi sono complici nel fastidio per il terzo.
La vera differenza tra qui e Londra, però — temo — è che qui non assisteremmo mai ad accadimenti che lì pare si mescolino a questi discorsi. Tipo: le dimissioni immediate del consigliere politico di un sindaco (peraltro conservatore), su richiesta del sindaco medesimo, per il (solo) fatto che il consigliere in questione ha dichiarato qualcosa del tipo; «se ai caraibici non piace la nuova amministrazione possono tornarsene a casa loro».
Credit. L’immagine viene da qui, e si riferisce a questo film.
Add comment 3 Settembre 2008
Ancora il velo
Lo capisco: quella di entrare o non in un posto con il velo non sembra (a noi, ancora) una questione cruciale. Infatti è una questione piccola, che è “montata” anche perché siamo in estate, eccetera.
Che tuttavia — secondo me — fa bene da spia di problemi più seri, che ci sono e ci saranno sempre di più nelle nostre città. E il clima cultural-politico dell’Italia 2008, come si sa, non è proprio dei migliori per affrontarle in modo aperto e intelligente… senza trasformare le città in prigioni e senza pregiudizi.
Insisto, dunque, visto che oggi Corsera ci torna su e intervista i responsabili di altri musei: la soluzione della “identificazione con salvaguardia della privacy” potrebbe essere una ragionevole mediazione. Così come a me pare moltissimo ragionevole la soluzione più privata (e assai meno di mediazione) “scelta” dalle due donne con il burqa che sono andate con le loro famiglie al museo veneziano donde la questione è nata. : “La famiglia è entrata” — racconta la Augusti — “Loro si sono fermate all’ingresso dicendo ai custodi ‘che sapevano di non poter entrare con il volto coperto’”.
Poi, ovviamente, anche in me quel modo di essere donne, rinunciando a un sacco di cose, desta non poche perplessità (diciamo così), ma continuo a pensare che questa è un’altra battaglia (culturale, civile, di genere …), che peraltro si può fare solo con le donne islamiche — poco o molto osservanti — e non certo contro le stesse.
Credit. La foto di Ayaan Hirsi Ali è di Salvador Garcia Bardon (Sagabardon) e sta qui .
3 comments 30 Agosto 2008





