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La dernière bêtise (à la mode de chez nous)
L’espressione francese rende meglio l’idea, visto che ormai siamo oltre le normali ordinanze pazze e/o creative.
Il luogo è Favara (Agrigento). L’oggetto è il linguaggio del corpo abitualmente utilizzato in caso di funerali. Il risultato dell’ennesima ordinanza di un sindaco è che sarà proibito condividere il lutto e il dolore in modo fisico.
Però c’è tempo fino al 10 dicembre per adeguarsi alla nuova regolazione dei sentimenti.
Che poi il riferimento alle bestie mi pare consono a questo ultimo effetto della doppia, o magari tripla, sindrome da decoro/sicurezza + ‘influenza suina.
1 comment 29 Novembre 2009
Libertà e paletti (niente perline colorate)

A me pare che il discorso, in un paese normale, in fondo sarebbe semplice.
Al punto uno ci sarebbe, ancora, l’affermazione che la “libertà” che più ci libera non è quella di abortire, ma quella di non abortire. Ovvero, non soltanto essere informate su ogni possibile mezzo anticoncezionale, ma potere accedere a ciascuno di quei mezzi con ragionevole facilità-velocità. Tutti i mezzi, dal preservativo al diaframma (ve lo ricordate il cappuccetto plasticoso? in Italia non si vende più, da anni: vietato di fatto, dal “mercato”).
Poi, come sarebbe ovvio (sempre in un posto normale) — diciamo punto uno bis — c’è da garantire che le donne che arrivano a decidere per un aborto possano effettivamente abortire, in tempo utile, e che possano scegliere liberamente in che modo farlo. Anche qui, perciò, si tratta di disporre di informazioni complete, molte e corrette. E di una “assistenza” efficiente e discreta, non soltanto sanitaria ma perfino umana.
Che non miri, dunque, a coltivare i sensi di colpa, che non ti tratti come una peccatrice, che non cerchi di indirizzarti verso le tecniche più comode per l’ospedale oppure, peggio, (di fatto) verso la clandestinità.
Avviso.
Questa è una nota scritta sul mio Facebook. Mi scuso chi avesse già letto
di riproporla qui, però qui le cose sono un po’ meno effimere. Solo un po’.
Add comment 2 Agosto 2009
Ordinanze creative. Seconda serie
update 29 luglio (ieri non riuscivo a trovare il video).
Solo per dire: chi sa se da noi una situazione di questo tipo sarebbe ritenuta sufficientemente decorosa. E divertente.
Poi, ovviamente, anche lì c’è sempre qualcuno che non è d’accordo, ma questa è un’altra storia.
Mi pare di capire che l’estate sia la stagione preferita dai sindaci per sbizzarrirsi con le ordinanze. Forse perché, con il caldo, le persone stanno di più per strada, cioè nello spazio pubblico più elementare che esista.
Anche quest’anno, quindi, è iniziata la sequenza.
Add comment 28 Luglio 2009
Uno/a almeno ci prova …
Si può aderire alla campagna Fammi scegliere.
In fondo, non esiste solo il palazzo… E in passato — proprio sulle questioni che riguardano la vita (quella vera) — quello che tante persone (donne) pensavano, alla fine, ha contato.
Add comment 12 Febbraio 2009
Lookautarchia
Non ho tempo, ma la trovata di Lucca andrebbe approfondita oltre il solo appunto che è tutto quanto posso consentirmi al momento.
Il fatto è il divieto di ristorante etnico in centro storico (in periferia, invece, ognuno fa come c…o gli pare) contenuto in un nuovo regolamento comunale. Prima vittima prevista, il kebab, ma la cosa minaccia tutti i cibi non-italiani (o forse non-lucchesi).
Per me, avrei inserito subito e a pienissimo titolo nella serie ordinanze pazze, pur non essendo il provvedimento esattamente un’ordinanza. Perché pare di capire che siamo alle solite (quasi): compresa la richiesta ai gestori di locali di vigilare sul comportamento degli avventori.
Vedo però che perfino Gilioli – di norma lontano da approcci perbenisti-decoristi — riflette, e documenta il dibattito in atto con molti link (due volte grazie, da quiggiù la notizia mi era sfuggita!), ricevendo molti commenti.
Leggendo il tutto, allora, mi pare che il caso – in realtà — metta in evidenza l’esistenza di una malattia più latente ma forse addirittura più grave di quelle prodotte dal solo virus del decoro, innescata dal ben più pericoloso virus della identità (locale, urbana).
Se si guarda la cosa così, infatti, non è più solo questione di cibi, odori, affollamenti, arredi, egoismi commerciali, razzismi e quant’altro – nonostante le apparenze — ma si va a finire ai luoghi comuni (in tutti i sensi) e quindi alle idee di (buona) città. Quasi direttamente.
E lì, come si sa, sono cavoli (non necessariamente neri) …
Add comment 27 Gennaio 2009
Welcome back!
… ai prossimi figli dei signori Ogino e Knaus, ovviamente.
Ché perfino i cattolici praticanti non riescono a capire bene in base a quale logica i metodi contraccettivi naturali sono leciti e quelli chimici o meccanici non lo sono, ma probabilmente, almeno in parte, saranno tentati di adeguarsi al nuovo monito del papa. Che madame Lucetta Scaraffia, sempre più revisionista, trova addirittura esemplare quanto ad anticonformismo.
Per me, invece – sarà l’ignoranza in materia o l’ostinazione a restare fedele al senso di vecchie battaglie femministe — quello che è proprio impossibile capire (ancora più della distinzione ipocrita di cui sopra) è l’affermazione papale per cui l’amore coniugale non avrebbe senso “se non genera figli”.
Mi sbaglierò, ma dal mio punto di vista quella idea comporta la logica conseguenza che i bravi cattolici (ovviamente tenuti a restare rigorosamente etero) non dovrebbero neppure pensare di sposarsi se sanno di essere sterili e/o portatori di malattie e/o perfino — più banalmente — se hanno una certa età (soprattutto le donne). Il che non mi ricordavo fosse un principio-obiettivo della chiesa cattolica.
Ma devo avere disimparato pure il catechismo, evidentemente.
Credit. L’immagine (1942) viene da qui, dove ce ne sono altre parenti. Per vederla intera (che è interessante), basta cliccarci sopra.
Update. Molto interessante, e ancora sul tema, è quello che (invece) ha detto il cardinal Martini ai margini dell’affollatissima presentazione del suo libro su Paolo VI. Ché lui chiederebbe scusa per i danni che la Humanae vitae ha fatto. Poi lo linko (fatto), ma per ora l’articolo (di Repubblica) non è online e gli articoli online sull’evento-Martini non fanno cenno a quel punto.
2 comments 4 Ottobre 2008
Qui si respira aria di città…
Oggi qualche pensiero urbano l’ho messo in un post sull’altro blog, e dunque non mi ripeto troppo. In breve, il tema è: città ordinatamente disordinate e cittadini che producono spazi pubblici (che non sono due cose slegate).
Sulla prima parte del ragionamento, lo spunto mi veniva da una mail ricevuta ieri da un’amica — provvisoriamente all’estero — che citava come esempio di disordine ordinato la scelta ( intelligente) osservata a proposito di strisce per il parcheggio “in una strada piuttosto stretta, dove però non si può fare a meno di parcheggiare”. La soluzione è: da uno dei 2 lati della strada, le strisce sono in parte disegnate sul marciapiede.
Però provate a spiegarglielo al Cioni, o agli altri amministratori delle ordinanze creative.
Sulla seconda parte del ragionamento, oltre a retropensieri un po’ colti e più o meno “specialistici”, un bell’aiuto mi veniva da un lungo (e bell’) articolo di Luca Rossomando su Napoli, che ho messo in uno degli archivi-articoli di là.
Luca racconta varie “(buone) pratiche” cittadine, anche in quartieri abitualmente definiti Bronx, e sostiene che la “vivibilità” non è qualcosa che si conceda/riceva dall´alto, e che invece “le persone sono capaci di “pensare” un luogo e di trasformarlo di conseguenza. Questo accade, spesso, se c´è qualcuno capace di prendere l´iniziativa, di accendere una scintilla, di mettere in moto una voglia”.
Po, dice ancora Luca, ovviamente “ogni storia è differente, ma in molti casi salta agli occhi una caratteristica: chi si organizza lo fa al di fuori del proprio ruolo, al di là di ogni specializzazione, attivando risorse latenti, assopite, che nessuno gli aveva richiesto fino a quel momento. Gli amministratori, per definizione, dovrebbero limitarsi a creare le condizioni di questo risveglio: tenere in ordine la città, far funzionare i servizi”.
Anche a qui, condivido moltissimo, ma dubito che si riuscirà mai a convincere gli stessi di cui sopra anche solo a … provarci.
Credit. L’immagine (ripeto anche quella: oggi massima sinergia con moi meme) viene dalla copertina di questo libro mediterraneo.
Add comment 10 Settembre 2008
Ancora il velo
Lo capisco: quella di entrare o non in un posto con il velo non sembra (a noi, ancora) una questione cruciale. Infatti è una questione piccola, che è “montata” anche perché siamo in estate, eccetera.
Che tuttavia — secondo me — fa bene da spia di problemi più seri, che ci sono e ci saranno sempre di più nelle nostre città. E il clima cultural-politico dell’Italia 2008, come si sa, non è proprio dei migliori per affrontarle in modo aperto e intelligente… senza trasformare le città in prigioni e senza pregiudizi.
Insisto, dunque, visto che oggi Corsera ci torna su e intervista i responsabili di altri musei: la soluzione della “identificazione con salvaguardia della privacy” potrebbe essere una ragionevole mediazione. Così come a me pare moltissimo ragionevole la soluzione più privata (e assai meno di mediazione) “scelta” dalle due donne con il burqa che sono andate con le loro famiglie al museo veneziano donde la questione è nata. : “La famiglia è entrata” — racconta la Augusti — “Loro si sono fermate all’ingresso dicendo ai custodi ‘che sapevano di non poter entrare con il volto coperto’”.
Poi, ovviamente, anche in me quel modo di essere donne, rinunciando a un sacco di cose, desta non poche perplessità (diciamo così), ma continuo a pensare che questa è un’altra battaglia (culturale, civile, di genere …), che peraltro si può fare solo con le donne islamiche — poco o molto osservanti — e non certo contro le stesse.
Credit. La foto di Ayaan Hirsi Ali è di Salvador Garcia Bardon (Sagabardon) e sta qui .
3 comments 30 Agosto 2008
Restano (conservatorisimi 1)
Al museo di Bolzano, la rana crocifissa. Che rimane al suo posto fino a quando chiuderà la mostra Sguardo periferico e corpo collettivo. E resta pure la direttrice.
A Venezia, il custode che aveva fermato la signora in niqab, ché non si licenziano gli stupidini, come dice il sindaco Cacciari. Con l’occasione, però, (“in fretta e furia”) la direttrice del Polo museale ha stabilito che ogni struttura avrà una stanza/”spazio a prova di privacy”, dove le islamiche a volto coperto dovranno farsi identificare da una custode.
In pratica il problema non esiste, probabilmente, ma chi sa che si fa se arriva un maschio, non-islamico, a volto coperto.
ps. La rana mi pare alquanto orribile, in verità, e l’adesione è tardiva, però non posso non fare il mio piccolo gesto nella campagna libertaria anti-papa lanciata da Malvino. Sicchè vi beccate pure la rana.
5 comments 29 Agosto 2008





