La foto qui a lato è del 2005, ma stamattina Repubblica (articolo e galleria) proponeva come una novità il caso di Five Points, sorta di laMecca dei graffitisti (ignoto fin qui anche a me).
La periferia diventa museo, si legge molto italianamente nel titolo. Per fortuna, però, non è così: navigare per credere.
Un po’ di storia del caso si trova qui (anche in spagnolo) e qui, con immagini (fatte a Pasqua 2007). Altre immagini si trovano qui e moltissime su Flickr. Dalle 300 e oltre foto di Barrybar — per il quale The Institute for Higher Burning è il posto where artists are welcome and don’t need to dodge the cops — a quelle di Otherthings.
Dai commenti a questa foto, peraltro, ci si può convincere che non di museo si tratta, ma di tutt’altra cosa: mutata e mutante. Tanto che si può fare la storia di un singolo muro… E poi, ovviamente, su Youtube ci sono i video (si può partire da qui).
Sul passato più lontano del quartiere — debitamente malfamato e noto fra l’altro per essere stato il luogo delle Gangs of NY di Martin Scorsese (che però ne ha ricostruito l’aspetto ottocentesco a Cinecittà) — molte altre risorse, fra cui questa storia. Titolo inequivocabile: Where “The Gangs” Lived.
Chi sa… venisse qualche spunto ai nostri austeri sindaci antigraffitari?
La foto da Flickr è una delle molte intitolate semplicemente Queens, NYC, di Barrybar
18 Novembre 2007
Cercando altro, leggo un titolo del Corriere del Mezzogiorno edizione di Bari: “Via Sparano diventa un museo a cielo aperto”. E penso che (purtoppo) anche lì è arrivata questa terribile idea, di cui a Napoli siamo vittime ormai da tempo.
Forse, se ho tempo, mi informerò meglio sul progetto Bari crossing, vincitore di un concorso per rifare il look alla principale strada della città. Ma sono certa che poi avrò comunque lo stesso il dubbio che ho già. Un dissenso, in realtà, non un dubbio.
Insomma: ma perchè mai le strade — invece che essere, appunto, strade: comode, piacevoli, vive, belle… — debbono diventare musei a cielo aperto?
Che poi questa espressione concretamente significa (in questo caso, ma è quasi sempre una roba dello stesso tipo): “un susseguirsi di quattro slarghi, ognuno dei quali connotati da un palazzo storico”, dove non ci sono più palme e panchine, “rimosse per liberare la prospettiva”, bensì sculture. Come si conviene per i musei. Per un po’ di ombra, per leggere il giornale, per sedersi (o stare in piedi) a cazzeggiare e guardare gli altri che strusciano, niente da fare. Se proprio uno vuole svolgere queste o altre attività tipicamente urbane e non museali, si è deciso (dove? quando?) che i posti deputati sono altri: giardini, parchi, aree pedonali (sapientemente arredate, s’intende). E pazienza se stare lì, quasi sempre, non è ugualmente divertente.
E’ come se sindaci e assessori in cerca di consenso, dagli urbanisti, avessero (ap)preso il peggio: lo spirito antiurbano dell’urbanistica. Di cui si discute, e su cui si spara, da tempo immemorabile fra addetti ai lavori e colti, e che però, intanto, è filtrato nel senso comune, e nell’immaginario delle politiche urbane prét-a-porter. Così molto altro pensiero urbanistico (in senso lato) resta nei discorsi, o nei cassetti, ma questa parte la si mette in pratica. Del resto, costa poco, si vede parecchio, si realizza presto e fa contenta parecchia gente. A volte anche gli abitanti, a onor del vero.
16 Settembre 2007