Those were innocent times

8 maggio 2009 at 2:56 pm 2 commenti

Leggevo questo articolo (e questo) sul nuovo scandalo manifesti in quel di Napoli.
In effetti, nelle foto che accompagnano la notizia, il poster sotto accusa non si vede mai benissimo,  ma si riesce comunque a capire che l’oggetto incriminato è abbastanza brutto. Il che, tuttavia, non mi sembra una ragione sufficiente per consideralo istigazione alla pedofilia e — dunque — chiederne la rimozione.  Anche se il sindaco di Napoli è già scesa in campo, proprio come era avvenuto qualche mese fa per una discussa pubblicità di moda, che qualcuno ha ritenuto offensiva per le donne e/o per il Brasile, rimossa prontamente-ma-non-tanto dai muri della città.coppertone_1958_particolare

Procedendo per  associazioni di idee, e superata la rabbia che sempre mi provocano le censure  (per di più stupide),  la notizia mi ha fatto tornare alla memoria una famosa  pubblicità del Coppertone di quando ero bambina.
Se vince  il bacchettonismo un po’ paranoico  di oggi — pensavo — quella pubblicità diventa un vero cimelio:  nulla del genere potrà più comparire sui nostri muri.  Così mi sono messa a cercare una immagine di quel famoso culetto scoperto da un cucciolo birbante (da mettere in archivio) e ne ho trovate varie versioni.  Alcune delle quali sono in questo vecchio post di un blog canadese, dove si confrontano versioni antiche e più recenti di quella pubblicità.

Non saprei dire se le note di Blork valgono anche per altri paesi compreso il nostro,  ma certo è alquanto impressionante notare che  il divertente culetto, originariamente ben visibile,  progressivamente è stato ricoperto e  cancellato.
Prima riducendo la visibilità del sedere a una condizione molto simile a quella indotta  dalla diffusione dei jeans a vita bassa, poi addirittura con la trasformazione del sedere in una irreale sporgenza  mono-natica.

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Credit (e altre curiosità).  La versione dell’ad utilizzata qui (1958) viene da questo sito. Mentre  nella dida a quest’altra versione (1959)  si discute ancora di trasformazioni della grafica, ma relative al colore delle parti esposte al sole e dunque legate alla preoccupazione crescente per i rischi connessi all’abbronzatura e non per la pedofilia.
La bambina, poi, è a sua volta una sostituzione.  Per ragioni di correctness, ché in origine lo slogan (Don’t Be a paleface) era associata all’immagine di un indiano.

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Napoli, Italy Io faccio l’autarchico. E io di più

2 commenti

  • 1. danilla  |  12 maggio 2009 alle 5:10 pm

    :))

    ma non ti preoccupe…
    la seconda casa, come tutte le seconde case che si rispettino, la frequento poco, purtroppo

  • 2. ottanta/cento  |  11 maggio 2009 alle 2:09 pm

    Ops. Se avessi notato, avrei linkato anche questo
    Faccio così. Aggiungo anche la tua seconda casa al mio bloglines


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