Atti vietati

12 agosto 2012 at 7:33 pm

Non so più via chi, nel giro consueto tra gli amici Facebook, stamattina avevo avvistato questa notizia: l’ennesima lista di cose vietate negli spazi pubblici (compreso stendere il bucato), inventata, questa volta, da Misano Gera d’Adda, piccolo comune del bergamasco.  Per contorno, il divieto istituito da Romano di Lombardia, valido perfino negli spazi privati:  no agli acquari “sferici o aventi pareti curve”.
Per prima cosa ho pensato che sono sempre più ridicoli.
Poi mi è venuta la curiosità di capire se lo strumento utilizzato per vietare era ancora quello dell’ordinanza e qui la scoperta.

panni stesi

Non siamo più all’ordinanza creativa, l’originalità è penetrata nei regolamenti e quindi, presumo, la follia non è  da attribuire ai soli sindaci – magari in cerca di visibilità – ma è più diffusa. Se non altro nel ceto politico che quei regolamenti li vota e forse anche fra tanti cittadini.

A Misano il divieto di  “esporre o stendere coperte, lenzuola, panni, biancheria, vestiti e similari sulle facciate di edifici confinanti con aree pubbliche” si trova, insieme con  molti altri, nel Regolamento di polizia urbana recentemente modificato e ora entrato in vigore.
Leggere in particolare il capo VI  e spaventarsi.
A iniziare dal titolo del suddetto capo che suona, senza mezzi termini,  Atti vietati.

Il divieto di stendere i panni (e di sbattere i tappeti, sputare,  sdraiarsi per strada e sulle panchine, eccetera) è all’art.32.  Ma anche il 34 non è male e non le manda a dire. Un solo comma:  “E’ vietato raccogliere questue ed elemosine su tutto il territorio comunale”.  Segue il divieto di campeggio libero, cattivissimo (ché uno pensa subito a eventuali nomadi).
In questo caso, sono comprese nel regolamento anche le mosse che il Sindaco farà per rimuovere efficacemente e prontamente i veicoli dei trasgressori, anche chiedendo aiuti, se del caso, all’Ufficio Tecnico Comunale o eventualmente a chiunque “possieda i mezzi e le capacità tecniche necessarie”.
Prego di notare che in questa circostanza, “a chiunque legalmente richiesto o tenuto per legge, è fatto obbligo di collaborare con gli organi di Polizia per l’attuazione di quanto sopra disposto”.

Non è tutto, ché non poteva mancare il divieto di “contrattare o offrire prestazioni sessuali a pagamento” (art. 37) . Qui,  date le note relazioni tra abbigliamento e prostituzione, giusto  per andare sul sicuro:  “è vietato assumere atteggiamenti, modalità, comportamenti che manifestino inequivocabilmente l’intenzione di adescare o esercitare l’attività di meretricio”.
Sulla inequivocabilità si potranno aprire dibattiti futuri, intanto: donne avvisate.  E automobilisti-uomini anche, ché  “la violazione si concretizza anche con la semplice fermata al fine di contattare il soggetto dedito al meretricio”.  Se poi addirittura la signora sale in macchina  l’avvenuta “violazione del precetto di cui al presente articolo” è “palese”.

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Insomma, un  bel regolamento rigido rigido, presumo simile a molti altri (di cui nessuno si accorge, a meno di trovarsi a esserne vittime).  Dove l’idea di fondo è quella classica di questi anni:  gli spazi pubblici hanno da essere innanzitutto decorosi. Per cui il pubblico (gli abitanti, le persone, noi e gli altri) non solo non deve essere scostumato ma possibilmente deve evitare di vivere, producendo quei residui che inevitabilmente la vita comporta.
O almeno se proprio deve vivere, che eviti di farsi vedere nel farlo.

Il caso degli acquari sferici, poi, se vogliamo è perfino più preoccupante.
A Romano di Lombardia, infatti, non è nemmeno il decoro che detta legge – è il caso di dire – bensì l’amore per gli animali (?), visto che il divieto di comprarsi il pesce rosso e tenerlo nella classica boccia fa parte di un Regolamento comunale per  la tutela e il benessere degli animali.
Non entro nei dettagli:  chi avesse voglia può leggere direttamente e chiosare le (molte) norme (alcune del tutto ragionevoli, ovviamente). Personalmente, amando molto gli animali, questo nuovo buonismo pseudo-animalista mi preoccupa.

In conclusione, la domanda (retorica) che ancora una volta mi pongo a fronte di tante e dettagliate regole per la vita delle nostre città, e paesi (talvolta insopportabilmente stupide, altre volte ignoranti dei diritti e delle libertò) è:  sicuro che non staremmo tutti meglio non un po’ meno regole?

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Crediti.  La foto del bucato è di Fraenzi e la trovate qui.  In caso di riuso, si prega di rispettare le indicazioni creative commons (by-nc-sa)

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