Comprare lo spazio comune

14 agosto 2012 at 2:50 pm

una famiglia di Christiania“L’idea che si possa comprare lo spazio di una comune, come è successo a Christiania, non è poi tanto strana perché non è certo la proprietà che fa scandalo al pensiero libertario:  questa può essere un mezzo, individuale o collettivo da usare in maniera intelligente.  Così le varie occupazioni italiane, dal Teatro Valle al Teatro Garibaldi a Palermo, potrebbero riflettere sul fatto che si può andare oltre il “volontarismo” delle occupazioni e il loro carattere rivendicativo. I Teatri, i Palazzi, le città si possono gestire in maniera differente, usando l’economia creativa, inventandosi modi di produrre e di lavorare che siano strutture ed istituzioni diverse ed egualitarie”.   …  I soldi sono il diavolo solo per i dogmatici, ma per tutti gli altri sono uno strumento con cui costituire la reciprocità e la socialità”.

A non scandalizzarsi è Franco La Cecla, nell’articolo che accompagna il lungo reportage (parecchio stupido, in verità)  sulla sconfitta di Christiania acquistata dagli ex-occupanti, pubblicato oggi da Repubblica.
La notizia non è proprio nuova, in effetti, e googlando non sono riuscita bene a capire se ci sono ulteriori novità che abbiano offerto lo spunto per il reportage in questione.  Forse la firma della transazione?
Non importa. Il tema è interessante e meriterebbe un trattamento un po’ meno banale,  che non riduca quello che sta avvenendo all’imborghesimento degli hippy, e alla solita gendrification (sic).

Come al solito (per le cose che mi interessano), il tutto non è online per cui copio-incollo sotto (poi magari sostituiamo con l’archivio).   La foto invece viene da qui (non c’è l’autore ma il pezzo è di Marta Ghelma).

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martedì, 14 agosto 2012
La Repubblica – R2

Nel 1971 presero l’isola di Copenaghen e nacque Christiania.
Ora gli occupanti si sono comprati la “città libera”. Svendendo l’utopia per 10 milioni
Hippy Spa
di Anais Ginori

DAL NOSTRO INVIATO – COPENAGHEN.  Quanto vale la fine di un’utopia? Settantasei milioni di corone danesi, poco più di 10 milioni di euro. Il contratto è stato firmato, dalla banca è già partito il primo acconto. Quella che si è svolta negli uffici del ministero della Difesa potrebbe sembrare una transazione immobiliare come tante. Lo Stato danese cede a privati un terreno demaniale, trentotto ettari nel centro di Copenaghen. Solo che il lotto venduto non è uno qualsiasi. Si chiama Christiania, è la più famosa comune d’Europa, uno degli ultimi esperimenti sociali tramandati dagli anni Settanta. In quest“cittàlibera”, dove mille residenti hanno vissuto per quasi mezzo secolo in totale autarchia, sta accadendo qualcosa di impensabile. Arrivano le banche, il capitalismo, la proprietà privata. Un’eresia. I ribelli che nel 1971 avevano occupato la base navale nell’isola di Christianshavn, sognando di costruire una società più giusta e sfidando lo Stato con l’inno “I kan ikke sla os ihjel”, “non riuscirete ad ucciderci”, si sono arresi. Hanno accettato le leggi del mercato, barattando il miraggio di una rivoluzione con la certezza del mutuo a tasso fisso. Adesso sono diventati regolari contribuenti del fisco, hanno persino chiesto l’aiuto della polizia per mandare via le bande criminali che spacciano nelle loro strade.
È una buona o una cattiva notizia? Comunque la si pensi, dopo un decennio di contenziosi, manifestazioni, scontri anche violenti, è stata finalmente trovata una soluzione. Christiania potrà continuare a esistere ma in cambio deve vendere un po’ della sua anima. «Normalizzarsi», come ripete il governo. Dal primo luglio l’immenso parco, tra ex caserme dipinte di graffiti psichedelici, tempietti buddisti e il mercatino di marijuana, un dedalo di costruzioni decadenti, da “casabanana” a “elicottero invisibile” fino all’ovvio “woodstock”, è diventato proprietà privata.

Proprio di coloro che un tempo teorizzavano lo spazio libero, pubblico, gratuito. I “christianiti”, come si chiamano gli abitanti dell’enclave dedicata a re Christiano IV, hanno creato una fondazione che ha riacquistato dallo Stato l’intera area con vantaggioso sconto: la stima immobi-liare è venti volte inferiore a quella di mercato. Così, dall’anarchia del peace&love ora si ritrovano a discutere di interessi da pagare alle banche, tasse allo Stato, riscossione di affitti, seppur calmierati rispetto al resto della città.
«Capisco lo scandalo ma era l’unico modo di salvare Christiania» spiega Knud Foldshack, l’avvocato che ha condotto la trattativa in nome e per conto dei 900 residenti, tra cui duecento bambini. Anche se la popolazione di Christiania è invecchiata, c’è stato un ricambio. Sono arrivate nuove coppie con figli, attratte più dalla natura lussureggiante che dagli ideali politici. Ormai la bohème sembra un po’ alle spalle. Nei café di Christiania si beve cappuccino, non tè con funghetti allucinogeni. C’è sempre Pusher Street con i suoi banchi di hashish ed erba in pieno giorno, i cartelli che vietano di correre e scattare fotografie. Pochi metri quadrati dov’è sconsigliato venire la sera. Ma nel resto del parco, con bellissime passeggiate lungo i canali, tra uccelli selvatici e boschi incontaminati, si sono trasferiti soprattutto registi, scrittori, liberi professionisti. La loro massima ambizione? Avere più parcheggi. Non ce ne sono a sufficienza nei dintorni.

Un classico esempio di “gendrification” sulla scia di quel che accade già in altre metropoli. Solo che non doveva succedere qui, o almeno così non era stato previsto quando, il 26 settembre 1971, un gruppo di rockettari scavalcarono le recinzioni della base navale al centro di Copenaghen. Il giornalista e attivista Jacob Ludvigsen scrisse allora un articolo per annunciare l’apertura di una “città libera”. «L’obiettivo di Christiania — diceva — è creare una società autogestita nella quale ogni individuo si sente responsabile del benessere e della comunità intera. Non dobbiamo mai deviare dalla convinzione che la miseria fisica e psicologica possono essere evitata». Da allora sono accadute molte cose. I christianiti hanno fatto da soli il sistema di fognature, si sono organizzati per la raccolta di rifiuti. Hanno sempre votato le decisioni all’unanimità perché la maggioranza non è democratica. Ci sono stati momenti esaltanti come quando gli squatter hanno partecipato alle elezioni, presentando una lista autonoma composta di soli nomi, senza cognomi, come vuole la tradizione di Christiania, oppure quando gli hippy si sono vestiti da Santa Klaus per fare un esproprio proletario di libri da regalare ai bambini. Ci sono stati anche momenti bui. Il sesso troppo libero che ha portato a diverse denunce di stupro, oppure l’eroina che si stava mangiando tutto e tutti. Nel 1979 la comunità si èdivisa, alla fine hanno vinto quelli che si opponevano alle droghe pesanti. Da allora sono vietate.

Il vero mistero non è insomma come mai Christiania abbia infine accettato di “normalizzarsi”, ma come un gruppo di squatter danesi e non solo, più o meno illuminati, sia riuscito a sopravvivere così a lungo, restando unito pur nel culto della differenza, mantenendosi nell’illegalità a meno di un chilometro di distanza dal parlamento, in mezzo a uno dei quartieri più cari di Copenhagen. A pochi passi oggi c’è Noma, il ristorante di quello che è considerato il miglior chef del mondo e dove un pasto costa duecento euro a persona. Il punto di rottura è stato l’avvento, all’inizio degli anni Duemila, della maggioranza di
destra. Nel suo programma legge e ordine, l’allora premier Anders Fogh Rasmussen, attuale segretario generale della Nato, aveva messo la chiusura di Christiania, considerato come un’intollerabile sfida anti-sistema. Dopo varie minacce di sgombri e qualche irruzione della polizia, un anno fa la Corte Suprema ha dato ragione al ministero della Difesa, ufficialmente proprietario dei luoghi.
Alla fine il governo si è però convinto a vendere. Cedere la zona ad altri avrebbe provocato scontri e forse un danno d’immagine. Christiania è infatti la terza attrazione turistica di Copenaghen, dopo il parco di Tivoli e la Sirenetta. Nel frattempo, è anche cambiata la maggioranza. Al governo sono tornati i socialdemocratici che hanno aiutato i residenti a lanciare una raccolta fondi, con titoli chiamati Christiania Folkeaktie. Oltre 65mila persone hanno partecipato alla raccolta fondi, portando nelle casse della fondazione poco meno del 15% dei soldi necessari. La fondazione ha avuto un prestito bancario che ora dovrà rimborsare con gli affitti e le attività interne. La comunità ha un asilo nido, un panificio, diversi bar e ristoranti, un maneggio, un teatro e un cinema, “Byen Lys”, le luci della città. Esiste una fabbrica di biciclette, molto trendy e esportate fino a New York, una tipografia, una radio, un laboratorio per restaurare macchine antiche. «Andrà tutto bene. Sono convinta che per noi è un nuovo inizio» dice Tanja Fox negli uffici che vendono i Christiania Folkeaktie. Aveva quattro anni quando i genitori occuparono una delle case dell’ex base navale. Suo padre, un fotografo americano, era scappato dalla guerra in Vietnam. Tanja ha continuato a vivere in quella casa, dove ha cresciuto i suoi figli, ora adolescenti. «Loro però vogliono andarsene, dicono che ci sono troppi turisti, sembra di stare dentro a uno zoo».

Jean-Manuel Traimond, un francese che ha vissuto a Christiania dal 1979 al 1984, ha raccolto in un bel libro l’atmosfera poetica ed eccentrica che molti visitatori trovavano fino a qualche anno fa. C’era Oluf il Vichingo che preparava il suo tè con i funghetti allucinogeni, Marius che girava vestito da Dark Vador, il pittore Cashmere che dipingeva con il proprio sangue. Un tale Soren aveva inviato lettere ai governi europei per stabilire nuove relazioni diplomatiche mentre di sera Birthe-la-bionda voleva fare l’amore sul tetto della roulotte per essere più vicina alle stelle. Qualcuno oggi rimarrà deluso. I graffiti sbiadiscono, dentro alle case s’intravedono mobili Ikea. L’unico brivido di illegalità rimane Pusher Street, con la sua corte dei miracoli. Molti abitanti vorrebbero cacciare gli spacciatori. «Siamo per la liberalizzazione delle droghe leggere ma in attesa di una legge, se ci sono episodi criminali la polizia deve fare il suo dovere» spiega Knud Foldshack,l’avvocato di Christiania. Come in C’eravamo tanto amati, si potrebbe intravedere la parabola di una generazione: «Volevamo cambiare il mondo e invece il mondo ha cambiato noi». Ma Christiania è già morta e risorta altre volte. E chissà che nei suoi vicoli alberati, tra “il pescatore di luna” e “l’arca della pace”, non sbocci qualche altro sogno.   © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Dallo spirito anarchico ai comunardi parigini ecco le radici di “occupy”
di Franco La Cecla

La storia dell’autogestione, una parola desueta, ma rinverdita vagamente da chi oggi vede nell’occupy una soluzione per molti mali, è una storia piuttosto lunga e controversa. Ogni “comune” che si rispetta, da Christiania, al carcere trasformato in centro sociale a Lubiana, alle comuni agricole in Maremma o nel Galles si ispiravano e si ispirano a quel vento che spirò a Parigi nel 1871 al tempo della “Comune”. I comunardi volevano gestire Parigi come una comunità di eguali e la loro magnifica e coraggiosa impresa, pur finita nella repressione e nel massacro dette speranza e vita a molte delle imprese rivoluzionarie del ’900. In esse c’era lo spirito “del Comune”, l’idea che i beni, mobili ed immobili di una città appartengono anzitutto a chi li abita e che vanno gestiti avendo in mente che tutti ne devono beneficiare.
«La casa è di chi l’abita, la terra di chi lavora, il tempo è dei filosofi, è un vile chi lo ignora», cantava una canzone anarchica dell’800. Sì perché, lo si voglia o meno, lo spirito libertario presente negli esperimenti comunardi è un lascito della grande tradizione anarchica, quella che aveva in sospetto i bolscevichi per i loro intenti statalisti e autoritari e propugnava invece una repubblica degli uguali. E l’anarchismo, come ricordava Paul Goodman nel suo libro Communitas, è anzitutto organizzazione, capacità di gestione, capacità di far fruttare insieme i beni.
Oggi di “beni comuni” parlano in tanti, anche coloro che sono dentro perfettamente a una vecchia logica autoritaria di sinistra, da Toni Negri a David Harvey. I “beni comuni” invece si rifanno a una storia di usi civici, di diritti collettivi, di “economia morale”, quella che ad esempio racconta E. P. Thompson nella Formazione della classe operaia inglese.
Gli hippy, quel gruppo di matti di San Francisco, tra cui i miei amici Peter Coyote e Lee Swenson oggi settuagenari partirono dalle idee anarchiche per distribuire a sera i prodotti appena scaduti che i supermercati avrebbero distrutto e poi continuarono dormendo nei parking contro l’abuso di automobile, autogestendo case e chiese, concerti e fabbriche. Fu un movimento allegro, colorato, fiorato, ma soprattutto molto ironico, a dispetto di chi oggi vuole farne l’agiografia. E fu un movimento di giovani colti, intelligenti che avevano letto Kerouac, ma anche Illich e Kropotkin. E che propugnava l’autogestione e la sapeva spesso fare. Un movimento spento dalle ondate di repressione, dalla droga, dalla violenza di chi non ne capiva le ragioni. Ricordo ancora le botte subite dai comitati degli autonomi a Comiso per essere dalla parte della non violenza organizzata. Certo, perché l’altra componente delle Comuni è la non violenza, quella di Gandhi e di Kropotkin, una non violenza organizzata che si rifiuta alla violenza perché sa quanto questa possa essere manipolata dall’altrui violenza.
Oggi la risorgenza del movimento “occupy” è abbastanza nello stesso segno. Non c’è vittoria di piazza, non c’è occupazione di luoghi che possa esistere senza una buona organizzazione. Lo insegnano i social network ed il loro uso da parte dei giovani egiziani, cinesi o turchi. L’idea che si possa comprare lo spazio di una comune, come è successo a Christiania, non è poi tanto strana perché non è certo la proprietà che fa scandalo al pensiero libertario: questa può essere un mezzo, individuale o collettivo da usare in maniera intelligente. Così le varie occupazioni italiane, dal Teatro Valle al Teatro Garibaldi a Palermo, potrebbero riflettere sul fatto che si può andare oltre il “volontarismo” delle occupazioni e il loro carattere rivendicativo. I Teatri, i Palazzi, le città si possono gestire in maniera differente, usando l’economia creativa, inventandosi modi di produrre e di lavorare che siano strutture ed istituzioni diverse ed egualitarie.
È la storia normale di molte imprese artigiane e non, industriali e non, condominiali e non. Non è certo l’economia che spaventa i comunardi, ma è il non poterla o saperla usare per il bene comune. I soldi sono il diavolo solo per i dogmatici, ma per tutti gli altri sono uno strumento con cui costituire la reciprocità e la socialità, come ricorda il bel libro di David Graeber, Il debito, cinquemila anni di storia.  Perfino il debito può essere cemento di solidarietà sociale. Graeber non per nulla è autore di un libro su Occupy Wall Street ed è oibò anche lui uno di formazione anarchica.    © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Atti vietati Neapel ist ein Paradies (To be continued)


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[David Grossman, Il libro della grammatica interiore, 1992, or. 1991]

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[Annie Ernaux, Diario dalla periferia, 1994, or.1993)]

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A parte qualche caso di corruzione e una diffusa avidità per la "vigna altrui", all'origine dei nostri guai ci sono, nel complesso, ottime intenzioni.
[Jane Jacobs, Vita e morte delle grandi città, 1969, or. 1961)]

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