BagnoliPassata

29 settembre 2012 at 7:08 pm

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Post lungo, e forse  noioso, da saltare tranquillamente
se non si coltivano fissazioni urbanistico-bagnolesi

Il mio amico Norberto Gallo pubblica oggi una interessante intervista al presidente della commissione urbanistica del Comune di Napoli,  Carlo Iannello, sul tema eterno del futuro di Bagnoli. In particolare, sul futuro verso cui avviare BagnoliFutura, la società di trasformazione urbana (Stu) che da molti anni dovrebbe promuovere e accompagnare la trasformazione dell’ex area industriale Ilva in “un unico, vasto territorio a bassa densità … un grande spazio urbano per il sapere e il loisir … simbolo della riproposizione di Napoli città metropolitana sulla scena politica ed economica internazionale”, come recita il piano urbanistico fin dalla prima metà degli anni ’90.

un omnibus a Napoli (figurina liebig)

A Napoli, a volte, anzi spesso, sembra che tutto riparta ogni volta dall’anno zero, con buona pace di Massimo Troisi.  E dunque nel dibattito sul tema – riaperto di recente a causa delle difficoltà finanziarie della Stu e della conseguente proposta (già decaduta) di trasformarla in una Stu-Omnibus (qualunque cosa sia l’oggetto indicato con questo termine) incaricata di operare addirittura su tutto il territorio cittadino – sembriamo  del tutto dimentichi delle vicende passate.
Ora, è probabile che a me manchi qualche informazione dettagliata sugli anni più recenti, visto che ho invece approfondito di più le evoluzioni della vicenda proprie degli anni ’90 e dei primi anni 2000), ma le cose che dice Iannello mi procurano non pochi interrogativi che proverei ad esplicitare di seguito. Cercando di essere solo ragionevolmente lunga e chiedendo scusa in anticipo a Iannello, con cui dissento ma che utilizzo qui (per comodità)  come bersaglio anche quando tiro in ballo cose delle quali non credo sia responsabile personalmente.

1.
Iannello lamenta che la Stu non si sia mai dotata di un vero piano industriale e di personale adeguato ad implementarlo. Ma prima di questo, c’è un altro punto mai risolto di cui Iannello non parla. La Stu, infatti, avrebbe dovuto essere una società mista e dunque, dopo l’avvio, la sua composizione avrebbe dovuto essere completata con la selezione di soci privati. Il che non è mai avvenuto.
Il tema è stato oggetto di annoso dibattito tra chi avrebbe voluto dei soci privati finanziari e (possibilmente) non-locali e chi – compresi gruppi imprenditoriali locali, soprattutto di costruttori – vedeva in questo approccio un’apertura agli immancabili poteri forti. Il risultato di questo conflitto, per chiamare le cose con il loro nome, è stata l’apertura della Stu a nessun socio privato e la creazione definitiva del classico carrozzone, con consueta sistemazione in esso di personale di fiducia degli amministratori via via succedutisi, più o meno competenti e fedeli secondo i periodi.
Il sindaco De Magistris, in campagna elettorale, ha pertanto proposto sic et simpliciter di smontare il carrozzone. Qualche settimana fa, invece, la sua giunta si apprestava a  farne addirittura un omnibus. Ora non capisco bene cosa l’amministrazione proponga, se non di attribuire all’ex carrozzone un (solo) bene immobile (sul quale tornerei più avanti) per cercare di salvare la Stu (intanto rinnovata nei suoi vertici, come di consueto) dal disastro finanziario.
Nell’intervista, comunque, Iannello spiega il non corretto funzionamento passato della Stu, essenzialmente in termini di squilibio fra investimenti e ricavi, in un modo che a me pare curioso e sostenendo che, per la nostra legislazione, le Stu sono società immobiliari pubbliche.
Ora io me ne intendo ancor meno di lui, ma a mia memoria le Stu sarebbero un’altra cosa. A tal punto che nel 2003, in base a uno studio commissionato alla Abc-Rothschild dall’allora ad Carlo Borgomeo per decidere in modo fondato verso quale tipo di Stu fosse più opportuno far evolvere la BagnoliFutura, tra i due scenari proposti – uno di valorizzazione e uno immobiliare – fu scelto il primo.
Dunque la nostra Stu non dovrebbe essere una società immobiliare e dovrebbe occuparsi soltanto di acquisizione-bonifica-vendita delle aree.

2.
Invece, non ho mai bene capito con quali escamotage procedurali – ma tutto sommato il dettaglio non è importante, qui –  la Stu ha sempre fatto per lo più (anche? soprattutto?) altre cose.
E’ diventata di fatto (e forse anche formalmente) il soggetto attuatore dell’unico piano attuativo italiano il cui disegno non abbia valore prescrittivo, per esempio. E così si è potuta consentire anche il colpo d’ala di dirottare verso un misterioso contenitore noto come Porta del Parco, non previsto da nessuno dei piani più o meno vigenti e nessuno sa bene proposto da chi e perché, certi fondi regionali (se non ricordo male di provenienza europea).
La suddetta Porta è poi stata inaugurata addirittura due volte (se non ho saltato qualche inaugurazione) ma è tuttora un contenitore non utilizzato nella quotidianità (e credo vuoto, ma potrei sbagliare).
Oggi  scopro dall’intervista che è un’attrezzatura di quartiere.
Un po’ costosa, mi viene da chiosare innanzitutto. Per non aprire un’altra lunga digressione sulla vacuità dell’espressione attrezzatura quando non si chiarisca altrimenti (prima di realizzarla, possibilmente) quali usi, gestiti da chi e rivolti a quale utenza si svolgeranno dentro l’attrezzatura.

3.
Sorvolerei, almeno per oggi, sul fatto che accanto alla Porta del Parco sono poi ormai previste delle funzioni (e delle cubature) che pure non facevano parte dei piani originari, di cui si ignora se sia mai stata valutata la ricaduta sullo sviluppo futuro della città (nessuna, direi, ma sarebbe un’illazione).  Nonostante che quei piani, nei fatti continuamente aggirati e scavalcati, molti si ostinino a difenderli a spada tratta, e a ritenerli validissimi, fattibili, pressoché intoccabili  e … giusti (nel mio piccolo, invece, a suo tempo mi ero permessa più volte di criticare).  Sorvoliamo, però.
E veniamo invece, rapidamente, alla questione della fattibilità di qualunque cosa si decida un giorno di fare (davvero) a Bagnoli.  Qui io proverei a sponsorizzare una idea di fattibilità non puramente “contabile”. Ovvero: non si dovrebbe ragionare soltanto sulla esistenza di investitori e/o sulla realizzabilità concreta di contenitori, cosa che va certamente fatta diversamente che nel passato, ma si dovrebbe ragionare anche di successivi gestori e utenti degli oggetti che si “progettano”, di fattibilità sociale, eccetera.
Da questo punto di vista, la mia modesta opinione è da sempre (come sa chi mi conosce) che i piani di cui sopra hanno volutamente tenuto troppo poco conto di questo aspetto, per motivi perfino comprensibili nel 1994 ma poi sicuramente inaccettabili.
Oggi, resto convinta che un piano (magari bellissimo ma) irrealizzabile è prima di tutto una fonte di guai. E che pubblico non è sempre una parola magica, né un toccasana. E che, viceversa, era ed è possibile ragionare con gli stakeholder e arrivare a proposte più condivise (e magari anche più interessanti di quelle tutt’ora in campo) senza inchinarsi alla speculazione e alla rendita.

Infine.  So bene che posizioni simili alla mia sono state sconfitte almeno dal 1995, in città, e non mi pare che la giunta attuale, almeno nelle retoriche, sia disposta a riaprire questo discorso.
Tuttavia quando sento Iannello dire che il suo ruolo è occuparsi dell’interesse pubblico e non dei profitti dei privati mi preoccupo.  Perché sarei certa che la costruzione di un nuovo capitolo della retorica del pubblico, benché certamente caratterizzata da sfumature diverse da quelle degli anni ’90 (ché il tema dei beni comuni allora non era nell’orizzonte), non porterà avanti nemmeno di un millimetro la trasformazione di Bagnoli.
In compenso,  potrebbe ancora consentire – esattamente come le retoriche degli anni ’90 – di fare cose assai diverse da quelle promesse e dichiarate. Non necessariamente cose di pubblico interesse.

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